*Vivere-Flow* (www.adrianacuccaroni.it)
…e finché c’è la salute! Psicologia e tutela del benessere

image

Il concetto di salute è stato oggetto di varie riformulazioni.

Recentemente, si affianca alla visione della salute come assenza di malattia un nuovo concetto di salute come valore ovvero benessere bio-psico-sociale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente che dal 1946 realizza in ambito sanitario i fini dell’ONU, la definisce come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, requisito per matenere il proprio equilibrio personale e la capacità di svolgere in modo adeguato compiti e ruoli sociali: lavoro, relazioni affettive e sociali, realizzazione dei propri obiettivi.

Più che uno stato, la salute può essere considerata come un processo di realizzazione e mantenimento di un equilibrio, frutto di un progetto quotidiano.

Il contributo della psicologia nella tutela della salute comprende l’area clinica, che interviene su situazioni diagnosticate come patologiche, ma anche la prevenzione, la promozione e l’educazione alla salute.

Prevenzione è l’insieme di misure ed interventi volti ad evitare che una condizione di disagio si verifichi o evolva, o a recuperare le conseguenze di tale condizione già in atto, per quanto possibile.

Promozione è realizzare l’ugualianza nella tutela della salute, offrendo a tutti le stesse opportunità di accedere ai servizi ed al supporto alla salute negli ambienti di vita e di lavoro.

Educazione è un programma globale di costruzione di convinzioni e comportamenti finalizzati alla conservazione e ripristino del benessere personale e sociale, inserito in modo continuativo e non episodico nella cultura della popolazione a cui viene proposto.

La psicologia interviene, quindi, in situazioni di disagio o funzionamento alterato dell’individuo, in un contesto di “non diagnosi di patologia”, ma modificazione della qualità della vita.

Tale intervento, mirato a ripristinare o costruire presupposti e basi per un quadro di salute, è solitamente medio-breve, con un numero e periodo circoscritto di incontri ed orienta l’utenza a migliorare le conoscenze e la consapevolezza dei propri atteggiamenti e vissuti verso le proprie esperienze, per modificare in modo duraturo la gestione di comportamenti concreti.

Presso il centro CIPSal di Roma sono attivati i Servizi per la Salute:

       *Training Autogeno & Gestione dello Stress

        *Spazio Benessere Psicologico: Sportello Ascolto

        *Laboratorio di Meditazione

         *Naturopatia

          *Preparazione al Parto (intervento ed équipe multidisciplinare  approccio olistico)

info: CIPSal  0664790018

Dott.ssa Cuccaroni acuccaroni@yahoo.it (Training Autogeno & Gestione dello Stress)

Il Training Autogeno….. non è una magia

image

“Stress, ansia, tensione? Fai un po’ di training autogeno!”

Questa espressione viene utilizzata spesso, in modo informale, nelle comuni conversazioni, come una sorta di “panacea di tutti i mali”, tuttavia non sempre è chiaro cosa si intenda effettivamente.

Ma, come scriveva nel 1979 lo psicologo e medico dello sport Giuseppe Calderaro….”il training autogeno non è una magia”!

Si definisce training autogeno un metodo di “autodistensione da concentrazione psichica”, sviluppato dal neurologo berlinese J.H.Schultz, che permette di regolare attivamente funzioni dell’organismo, così da determinare riequilibrio e benessere psicofisico.

La sua validità è attestata da diverse ricerche, tra cui Relaxation training for anxiety: a ten-years systematic review with meta-analysis  (Manzoni, G.M., Pagnini, F., Castenuovo, G., Molinari, E.pubblicata nel 2008 da BMC Psychiatry- BioMed Central.

La pratica consiste in un ciclo di 6 esercizi (ciclo esercizi inferiori), in cui l’attenzione mentale viene rivolta alle sensazioni corporee conseguenti ad ogni esercizio:

  • peso 
  • calore

  • cuore

  • respiro

  • plesso solare

  • fronte

Training vuol dire “allenamento”. Quindi, attraverso la ripetizione costante di tutta la corretta sequenza di esercizi, si verifica in modalità “autogena”, ovvero auto-indotta dalla persona praticante e non più dall’operatore, uno stato di calma generalizzata, accompagnata da:

  • diminuzione delle tensioni muscolari,
  • rilassamento dei vasi sanguigni,

  • miglioramento della circolazione ed aumento di sensazione di calore generalizzato

  • migliore efficienza respiratoria

  • rilassamento dell’addome e migliore efficienza degli organi dell’area addominale

Il Training autogeno è’ utile per:

  • ansia
  • attacchi di panico

  • cefalea

  • ipertensione

  • insonnia

  • disturbi psicosomatici

  • integrazione con terapie mediche per patologie organiche
  • difficoltà nel recupero di energie e gestione delle risorse per una buona performance nella professione, nello studio, nell’attività sportiva

  • miglioramento dell’autostima

  • gestione dello stress

Le figure professionali qualificate, per condurre corsi di training autogeno individuali o in piccolo gruppo, sono psicologi e medici formati all’applicazione del metodo.

Presso il centro CIPSal di Roma sono attivati:

  • Incontri individuali o in piccolo gruppo su appuntamento (aperti a tutti)
  • Corso di formazione Operatori Training Autogeno ( aperto a psicologi e medici)

Info: CIPSal   www.cipsal.it 0664790018

dott.ssa Adriana Cuccaroni acuccaroni@yahoo.it

Endometriosi: ritrovare l’equilibrio psicofisico

La malattia è un’esperienza normale ed inevitabile nella vita di ogni persona,ma diverso è l’impatto che questa esperienza produce in ogni singolo caso.Se la malattia acuta, infatti, ha decorso rapido ed altrettanto rapido recupero della salute e del benessere,nel caso di una malattia cronica la vita e l’equilibrio psicofisico della persona devono, invece, riorganizzarsi in relazione a questo evento.

L’endometriosi può rientrare nel quadro appenna definito.

E’ una malattia cronica e complessa, il cui nome driva dal greco  endo, dentro e metra, utero, che si riscontra nel 10% delle donne in Europa e che determina dal 30% al 40% dei casi di infertilità femminile; in Italia le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni.

La patologia è originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero cioè l’endometrio in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina. Ciò provoca sanguinamenti interni, infiammazioni croniche e tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni e del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta un’irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo alla formazione di tessuto cicatriziale e di aderenze.

L’endometriosi è spesso dolorosa (60% dei casi circa) fino ad essere invalidante, con sintomi molto caratteristici: dolore pelvico cronico, soprattutto durante il ciclo mestruale in concomitanza con lo stesso o durante l’ovulazione, dolore ovarico intermestruale, dolore all’evacuazione. .Ci sono anche altri sintomi, non meno significativi: il dolore durante l’atto sessuale o post-coitale (64%),  aborti spontanei, affaticamento cronico, aumento di infiammazione a carico delle mucose, colite.

Si impone un riadattamento ed una serie di cambiamenti, nell’immagine corporea, nelle abitudni, nello stile di vita, che possono provocare vissuti di ansia, rabbia,paura, depressione,sensazione di esclusione sociale.

Il corpo,da oggetto di amore e cura, strumento per esprimersi, agire e relazionarsi con il mondo,percepito come una totalità,viene sentito di colpo come una serie di parti frammentate,come  qualcosa di estraneo che provoca angoscia,come se la persona “non abitasse più il suo corpo”.

E’ stata presentata anche una proposta di legge in merito alla tutela di pazienti affette da endometriosi: http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede_v3/Ddliter/35307.htm

Per questi motivi, può essere opportuno ed utile affiancare alle necessarie terapie mediche (terapia del dolore FANS, terapie con androgeni, estroprogestinici, terapie chirurgiche, laparoscopia, laparotomia) un sostegno psicologico.

Da Gennaio 2014 saranno attivati a Roma gruppi di sostegno per donne con endometriosi , in cui condividere questa esperienza attraverso un supporto psicologico e la tecnica del training autogeno,tecnica di rilassamento e di integrazione psicofisica, utilizzata abitualmente, con buoni risultati, nel trattamento dei disturbi cronici.

L’obiettivo è quello di offrire uno spazio per  condividere, confrontare ed elaborare le emozioni, le reazioni, le esperienze legate ad una diagnosi di malattia cronica quale è l’endometriosi, ma anche sperimentare appartenenza, rispecchiamento reciproco delle conquiste positive, autostima e  ricostituire un’immagine positiva di sé, elemento fondamentale per una buona qualità della vita.

Info:

Psiche e dintorni:tutto ciò che comincia per PSY

La psiche ed i suoi “misteri” sono spesso oggetto di curiosità, ma anche di confusione, soprattutto per quanto riguarda le figure professionali che se ne occupano ed i loro ambiti di intervento e competenza.

Può essere utile fare chiarezza per orientarsi all’interno di “tutto ciò che comincia per psy” e definire meglio “ chi fa cosa”.

La psicologia è la disciplina che studia i processi psichici e la loro relazione con il comportamento umano, osservato nella sua unità psicofisica, nell’interazione con gli altri e con il contesto.

Lo psicologo, come stabilito dalla legge 56/89, si occupa di diagnosi, prevenzione, sostegno psicologico all’individuo, ai gruppi, agli organismi sociali, alle comunità, in diversi ambiti: nelle strutture sanitarie, nelle scuole, nelle aziende, nel settore sportivo e giuridico.

La sua attività comprende, ad esempio: valutazione clinica tramite colloquio e test, training sulla comunicazione, sull’autostima, sulla gestione dello stress, sulla gestione delle emozioni, sul controllo del peso, perizie, gestione risorse umane (selezione/ formazione).

La psichiatria è la branca della medicina che si occupa dello studio e del trattamento delle malattie mentali.Lo psichiatra è orientato a ricondurre il disturbo mentale ad un’alterazione del funzionamento fisiologico a livello del sistema nervoso centrale, che valuta con appositi esami clinici (EEG, TC, PET, MRI) e cura prescrivendo farmaci generici e/o psicofarmaci.

La psicoterapia è  la disciplina che include tecniche terapeutiche, volte al trattamento dei disturbi psichici mediante mezzi psicologici  verbali e/o non verbali (esercizi corporei, visualizzazioni metali, giochi creativi),in setting individuale, di coppia, familiare, di gruppo.

Lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico iscritto al proprio Ordine professionale e specializzato presso una scuola pubblica o privata riconosciuta dal MIUR.Interviene applicando un particolare approccio teorico e pratico: psicodinamico, cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, strategico,Gestalt, bioenergetico, umanistico, sono tra quelli più noti.

Inoltre:
La neuropsichiatria infantile è una branca della medicina che si occupa dello sviluppo neuropsichico e dei suoi disturbi in età compresa tra 0 e 18 anni.Il neuropsichiatra infantile svolge attività di valutazione in casi di difficoltà nello sviluppo psicomotorio, forme morbose complesse, malattie rare e disabilità presso ASL ed ospedali e collabora in ambito scolastico con i gruppi di lavoro multidisciplinari per l’integrazione della disabilità e per la relativa definizione/verifica dei PEI (Piani Educativi Individualizzati).

La neurologia è la branca della medicina che studia le patologie del sistema nervoso centrale, periferico somatico e periferico autonomo, ricondotte a lesioni in sedi anatomo-funzionali diverse del cervello. Il neurologo si occupa di diagnosi e terapia di patologie neurologiche distinte in: vascolari, infettive ed infiammatorie, neoplastiche, degenerative e traumatiche.

Nella scelta del professionista a cui rivolgersi, è fondamentale conoscere la specificità dell’ambito di cui si occupa e valutare l’attinenza con le proprie esigenze, eventualmente consultandosi anche con il proprio medico di riferimento.E’ importante poi considerare anche l’impatto che se ne ha,  e scegliere chi ispira fiducia e garantisce affidabilità, basi necessarie per una buona compliance, ovvero la collaborazione puntuale e precisa al percorso terapeutico, fattore determinante per la sua efficacia.

Roma Race for The Cure 2013: sport è partecipazione, salute è prevenzione.

image

Lo sport in quanto fenomeno di massa in grado di catalizzare l’attenzione e la partecipazione di molti, ben si presta anche a sensibilizzare gli stessi su tematiche fondamentali, come la salute e la prevenzione, a far maturare una coscienza individuale e collettiva ed un coinvolgimento attivo della popolazione su queste tematiche.

In questa ottica è stata organizzata e si è svolta, come ogni anno, la Roma Race for The Cure 2013 al Circo Massimo, giunta alla XIV edizione.

La Race for the Cure è una mini-maratona di raccolta fondi, organizzata annualmente dalla fondazione Susan G. Komen dal 1982 negli Stati Uniti, ed in Italia dal 2000, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della prevenzione e finanziare progetti di informazione, prevenzione, diagnosi, cura e recupero inerenti la neoplasia del seno. Nell’organizzazione, un ruolo particolare è svolto dalle “Donne in Rosa”, testimonial di eccezione, ovvero donne che hanno affrontato e vinto la sfida contro il tumore e simbolicamente rappresentano la loro modalità costruttiva e positiva di vivere questo percorso, indossando magliette e cappellini rosa.

La manifestazione, articolata in tre giornate, ha previsto l’erogazione di diversi servizi gratuiti di screening nel Villaggio della Salute, allestito appositamente al Circo Massimo, ed ha avuto il suo culmine con la maratona della domenica mattina, ultima giornata, patrocinata dalle madrine della Komen Italia, Maria Grazia Cucinotta e Rosanna Banfi, con una presenza di partecipanti stimata di circa 60.000 persone, tutte munite di maglietta e borsa ufficiali create appositamente ed offerte al versamento di una quota minima di donazione.

Al termine dei due percorsi previsti- passeggiata di 2 km e maratona di 5 km- a cui hanno partecipato diversi esponenti del mondo della politica e dello sport, tra cui Giovanni Malagò, presidente del CONI, da cui la gara era patrocinata, si è svolta la premiazione dei vincitori e la toccante conclusione con il lancio dei palloncini colorati da parte delle Donne In Rosa, come saluto e ricordo “per le amiche Donne in Rosa volate via”.

Successivamente, si è svolta la Race for The Cure di Bari, il 26 Maggio 2013 ed è in preparazione la Race for The Cure di Bologna, prevista per il 29 settembre 2013.

La manifestazione realizza, quindi, in concreto quel concetto di “promozione della salute” come processo che permette alle persone di aumentare l’informazione ed il controllo sulla propria salute e responsabilizzarsi nello sviluppare benessere fondato sulla partecipazione diretta, sulla prevenzione, su uno stile di vita sano, gestito in prima persona nella quotidianità, non delegato totalmente a figure e strutture tradizionali della sanità e della cura.

Evidenzia, inoltre, come le manifestazioni sportive di massa, solitamente associate solo ad eventi ad alto tasso di spettacolarizzazione, business e talvolta rischio di scontro tra tifoserie opposte, possano invece porsi come mezzo efficace ed ottimale per veicolare messaggi di solidarietà, di partecipazione sociale e di educazione alla prevenzione ed alla salute.

Mamma per Sport: attività motoria in gravidanza

Mamma per Sport: attività motoria in gravidanza.Vivere la maternità nel benessere.

Quando si decide di avere un figlio e durante la gravidanza, è bene curare la forma fisica,concentrandosi su alcuni fattori fondamentali:

  • alimentazione
  • sonno

  • evitare il fumo,anche passivo

  • diminuire o evitare il consumo di alcolici

  • praticare attività sportiva

Durante la gravidanza è importante ascoltare il linguaggio del corpo e seguire, su parere del medico e con la guida di professionisti specializzati, un programma di attività fisica adeguato,che non affatichi né esponga a rischi, ma sviluppi e mantenga caratteristiche quali l’elasticità, la flessibilità, la resistenza, il tono muscolare, la funzionalità del sistema respiratorio e cardiovascolare, la percezione corporea, fondamentali sia durante la gestazione che al momento del parto.

Le attività motorie maggiormente indicate sono:

Camminata: camminare per almeno 20 minuti al giorno migliora l’attività cardiaca e respiratoria

  • Nuoto: in acqua si è senza peso e quindi si possono aumentare l’elasticità e la resistenza senza sforzi eccessivi

  • Ginnastica dolce: yoga e pilates

Diversi studi dimostrano che un’attività fisica moderata e regolare può costituire un valido supporto al benessere psicofisico, soprattutto qualora siano praticate discipline “dolci”, in relazione ai principali cambiamenti che si verificano nelle 40 settimane della gestazione:

  • a livello fisico il cambiamento ormonale, circolatorio, ponderale e muscolare
  • a livello psicologico la percezione dell’immagine corporea, la nuova identità di donna e mamma, il saper gestire aspettative e fantasie, la necessaria e “laboriosa” riorganizzazione di ritmi ed abitudini tipici del proprio stile di vita precedente.

Il Pilates è un training che integra tecniche occidentali ed orientali e consiste in esercizi fondati sulla concentrazione, la respirazione, la consapevolezza corporea, la capacità di coordinazione, da svolgere a terra su un materassino con l’ausilio di piccoli attrezzi. Si allena la concentrazione sui singoli movimenti, la capacità di dirigere i pensieri e l’attenzione verso ciò che accade nel corpo.

Praticato durante e dopo la gravidanza, porta diversi benefici: acquisizione di un portamento corretto e prevenzione di danni a carico della colonna vertebrale, stabilità e tonicità del pavimento pelvico, miglioramento della circolazione a beneficio del feto, acquisizione di una respirazione profonda e regolare che agevola travaglio, parto e gestione dell’ansia, recupero di una forma fisica e mentale ottimale per affrontare e gestire al meglio la nuova situazione dopo la nascita del bimbo.

Infine,buone notizie anche per i piccoli: la rivista International Journal of Obesity ha pubblicato uno studio condotto dagli scienziati svedesi del Karolinska Institutet in collaborazione con i colleghi spagnoli del Polytechnic University-Madrid, che dimostra come la pratica sportiva nel secondo e terzo trimestre di gravidanza apporta benefici non solo alle mamme, ma anche ai nascituri e neonati ,venuti al mondo con complicanze minori o nulle, con un peso nella norma e minore predisposizione a patologie.

Telethon 2012 per la ricerca sulle malattie genetiche: “Io esisto”.Oltre la malattia,le persone ed i loro vissuti.

image



Dal 29 novembre al 18 dicembre 2012 si riattiva come ogni anno la maratona televisiva Telethon, per la raccolta fondi a favore della ricerca sulle malattie genetiche. SMS per donazioni al numero 45507

Oltre ai necessari e difficili percorsi terapeutici, le persone affette da queste patologie e le loro famiglie si trovano ad affrontare notevoli disagi psicologici conseguenti.

La malattia è un’esperienza normale ed ineluttabile nella vita di ogni persona, tuttavia differente è l’impatto di tale esperienza in relazione a vari fattori: il tipo di malattia, la causa, il decorso, la prognosi, la fase della vita in cui si verifica ed il tipo di terapia richiesta. La malattia acuta e l’intervento chirurgico possono turbare l’equilibrio psicologico, ma avendo un decorso rapido consentono un altrettanto rapido recupero di salute e benessere. Il discorso è differente, invece, nel caso delle malattie croniche, le quali comportano il confronto con problematiche quali la morte, l’integrità fisica e l’integrità narcisistica, intesa come possibilità di investimento rispetto ad un corpo percepito come imperfetto e debole.
La malattia cronica determina un vissuto psicologico particolare, caratterizzato dal riorganizzarsi della vita, dei pensieri, delle emozioni, intorno a tale evento traumatico e dal determinarsi di una ferita narcisistica che fa emergere sentimenti di mancanza, colpa, punizione, vergogna del proprio corpo malato e difettoso, depressione. Tutto ciò assume una valenza particolare nel caso in cui il malato cronico sia un bambino o un’adolescente, il cui sviluppo narcisistico normale viene alterato. (Braconnier, Marcelli 1997)
Il concetto di narcisismo e di sviluppo narcisistico è stato elaborato da Freud come investimento libidico sul proprio Io (Freud, 1914) e successivamente da H. Kohut ,concettualizzato come matrice di capacità quali la volontà di autoaffermazione, la creatività, l’empatia, il senso dell’umorismo.
Lo sviluppo narcisistico della personalità muove da uno stato originario di grandiosità ed onnipotenza al narcisismo sano e costruttivo su cui si fondano l’autostima, le aspirazioni, in cui le caratteristiche primitive sono dominate e relativizzate, per essere pienamente recuperate quando è necessario.
Quando si verificano situazioni che causano una offesa narcisistica il Sé ne risulta frammentato; se tali attacchi al narcisismo avvengono in fasi precoci dello sviluppo hanno un effetto traumatico che inficia la strutturazione del Sé coesivo adulto e l’autostima. L’offesa narcisistica primaria, indissolubilmente collegata con l’esperienza della vergogna, scatena la rabbia narcisistica, una risposta sproporzionata a tutto ciò che viene recepito come attacco verso il Sé (Kohut,1976).
La malattia cronica può essere percepita come tale dal bambino o dall’adolescente e determinare disturbi secondari del narcisismo; nel caso in cui la malattia cronica sia ereditaria, la rabbia narcisistica si scatena contro i genitori, responsabili della “tara”, o verso se stessi, in quanto la causa della malattia è dentro di sé.
Per questo motivo sembra utile ed opportuno affiancare alle necessarie terapie mediche, interventi di carattere psicologico.
Nelle strutture sanitarie pubbliche di alcune città italiane sono state realizzate esperienze di questo tipo di intervento, caratterizzate da un aspetto comune: l’uso del gruppo come strumento preventivo, terapeutico e di supporto per bambini ed adolescenti con patologie croniche.
Il setting gruppale è stato scelto, in quanto idoneo a perseguire l’obiettivo di fornire contenimento e permettere l’elaborazione delle emozioni e delle fantasie evocate da una diagnosi di patologia cronica; in più, una vasta letteratura ne attesta le potenzialità terapeutiche nel caso di pazienti in età evolutiva.

La partecipazione al gruppo permette ai componenti di realizzare esperienze quali: il senso di esserci ed essere se stessi, l’appartenenza, la compartecipazione dell’onnipotenza, il rispecchiamento delle conquiste positive e la partecipazione rispetto ad esse, che permettono il ricostituirsi di un’immagine positiva di sé, il miglioramento dell’autostima e l’elaborazione della depressione.


Secondo le ricerche di Pines e Al. (1998), maggiormente influenzate dalla teoria dell’intersoggettività, formulata da Stern, Lichtenberg, Stolorow sulla base dei dati evinti dal filone di ricerca definito Infant Research,si evidenzia anche maggiormente il ruolo del gruppo come regolatore degli stati affettivi dei partecipanti.


Da tre esperienze realizzate in tre strutture sanitarie su territorio nazionale tra la fine degli anni ‘90 ed il 2000 sono emerse le seguenti riflessioni-

-Diabete:Il gruppo monotematico per diabetici condotto presso l’Ospedale S.Eugenio di Roma era costituito da bambini e l’esito principale determinato dalla partecipazione al gruppo è stato il loro vedersi proprio come bambini, obiettivo primario nella prassi di gruppo applicata all’infanzia, (Chapelier e Privat, 1987) e non più come piccoli adulti. Il rispecchiamento affettivo ricevuto dal gruppo come oggetto speculare, la condivisione di una quota minima dell’onnipotenza del gruppo , l’esperienza di appartenenza, condivisione, interazione anche corporea consentita dal gruppo e hanno permesso l’accettazione serena dei propri limiti, l’abbandono dell’ostentazione di onnipotenza difensiva e compensatoria, il recupero di un senso di possibilità non totalmente vincolato dalla malattia ed una considerazione del corpo come mezzo di scambio comunicativo ed affettivo, non solo come parte malata da controllare e curare. Infine il gruppo ha svolto una funzione di regolatore affettivo, attraverso la sintonizzazione empatica ed il contenimento degli affetti frammentati, ne ha consentito una metabolizzazione, che ha positivamente influito sulla regolazione omeostatica a livello emotivo, ma anche a livello di parametri biologici, conformemente alla concezione di “ponte” tra psicoanalisi e psicobiologia proposta in letteratura (Taylor, 1993).
- Thalassemia:La seconda esperienza riportata riguarda un gruppo realizzato presso l’Ospedale Villa Sofia di Palermo, in collaborazione con il servizio di neuropsichiatria infantile della ASL; alcuni adolescenti talassemici vi sono stati inclusi, in quanto monotematico rispetto alla depressione, disturbo che essi manifestano spesso con caratteristiche così peculiari da essere definita “depressione talassemica”. L’elaborazione della depressione è stata sostenuta dal gruppo , ha consentito una condivisione di onnipotenza da opporre al vissuto di impotenza proprio della depressione ed il recupero del senso di possibilità, tale da ripristinare la capacità di investire su se stessi e sul futuro. La partecipazione ha permesso l’esperienza di essere accettati, di essere riconosciuti come esistenti ed aventi diritto ad esistere, in opposizione al vissuto di rifiuto dovuto a forti meccanismi di negazione della malattia propri e della famiglia, esperiti talvolta come rifiuto verso sé.
-Neurofibromatosi:Nel gruppo monotematico con adolescenti affetti da Neurofibromatosi di Recklinghausen NF1 condotto preso una ASL di Milano, coerentemente con altre esperienze riportate in letteratura (Nathan e Lange, 1991), prevale la funzione di elaborazione delle problematiche adolescenziali di costruzione dell’identità, amplificate in questo caso dalla malattia. L’esperienza di essere appartenenti al gruppo e di riconoscersi come tali, unita alla condivisione delle modalità di rapportarsi alla malattia, ha consentito un avvicinamento ad essa e la sostituzione della sua fantasmatizzazione con la rappresentazione, acquisizione importante per poter integrare la malattia come dimensione della propria identità, anziché relegarla a limite esterno. Il supporto del gruppo ha permesso invece un recupero del senso di possibilità ed un incremento dell’autostima, attraverso una riflessione sul valore relativo dell’apparenza nel determinare l’immagine di sé e l’investimento su se stessi.

(Fonte: Tesi di Laurea Cuccaroni A. 2000 “Gruppi monotematici di supporto per bambini ed adolescenti con patologie organiche croniche:il gruppo come Oggetto-Sé”)




Stress da lavoro e Sport

Lo stress da lavoro è uno dei temi più attuali nell’ambito della tutela della salute; nella legislazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, è considerato sia come malattia professionale che come fattore di rischio di infortuni o patologie professionali ulteriori e colpisce 1 lavoratore su 4.

Si intende per stress lavoro correlato una “condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o aspettative riposte in loro” (art. 3, comma 1 dell’Accordo Europeo dell’8 ottobre 2004).

L’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul lavoro (European Agency for Safety and Health at Work) afferma, infatti, che “lo stress lavoro correlato viene esperito nel momento in cui le richieste provenienti dall’ambiente lavorativo eccedono le capacità dell’individuo nel fronteggiarle”

Secondo i dati dell’ European Risk Observatory, le categorie professionali più esposte sono quelle di “aiuto” (helping profession): medici, psicologi, insegnanti, educatori, assistenti sociali, poliziotti e vigili del fuoco, esposti al forte carico di situazioni problematiche e ad impatto emotivo notevole, con conseguenti reazioni psichiche e fisiche di “logoramento”, disfunzioni a carico del sistema endocrino, cardio-vascolare, nervoso, reazioni di ansia, insonnia, depressione, esaurimento emotivo, abuso di alcool e sostanze psicoattive, perdita di motivazione al lavoro sino all’assenteismo ripetuto e protratto ed al rifiuto.

I principali fattori di rischio sono legati al contesto ed al contenuto del lavoro e sono identificati in: condizioni fisiche dell’ambiente di lavoro, condizioni di manutenzione delle attrezzature, un lavoro ripetitivo,monotono,senza obiettivi chiari, demansionamento oppure sovraccarico del lavoratore, tempistiche e scadenze pressanti, orari di lavoro lunghi, rigidi , imprevedibili, con turni che alterano i ritmi normali della vita quotidiana e sociale ed impediscono la conciliazione vita-lavoro.

Oltre ad essere un problema per la salute dei singoli che ne sono colpiti, lo stress da lavoro costituisce anche un costo economico per le organizzazioni, in quanto influisce sulla produttività in termini quantitativi e qualitativi, e comporta un costo di circa 20 miliardi di euro all’anno.

Da un sondaggio di Career Cast denominato The 10 most stressful jobs 2012, risultano oggi esposte al rischio anche altre figure professionali, come l’organizzatore di eventi, l’addetto alle pubbliche relazioni, il manager,l’amministratore delegato, figure di tale responsabilità e visibilità da essere perennemente esposte alle aspettative ed al giudizio altrui.

Recentemente l’INAIL ha posto attenzione anche all’ambito professionale sportivo: diversi medici dello sport iniziano a valutare le possibili implicazioni tra pressioni psicologiche ed infortuni o patologie “professionali” specifiche del mondo sportivo, in particolare nell’agonismo ad alto livello.

Vengono citati, a titolo di esempio, infortuni come strappi e cedimenti muscolari ripetuti, ma inattesi ed incongruenti con una condizione clinica dell’atleta accertata come “sana” nel pre-gara ed in assenza di incidenti,contatto fisico violento o scontro con avversari durante la competizione.

Tra i “fattori di rischio” sono ipotizzati: l’agonismo sempre più estremo, l’ansia da prestazione ed il peso della responsabilità legata non solo alla performance tecnica ottimale, ma anche al business che ruota intorno ad alcune discipline sportive.

Anche il cambio di allenatore - che porta nuovi schemi e nuove metodologie di allenamento e di prestazione- statisticamente si è rivelato un elemento di “rischio” infortunistico, così come il sovraccarico fisico ed emotivo di atleti reputati “ i migliori”, su cui gli allenatori puntano maggiormente e fanno più pressione in termini di aspettative, anche per evitare polemiche per esclusioni eccellenti ed eventuali, conseguenti, sconfitte.

Anche i lavoratori dello sport a livello non agonistico, ma dilettantistico-amatoriale- atleti impegnati in sport ritenuti “minori”, istruttori sportivi, personal trainer- risultano soggetti a stress da lavoro, fondamentalmente legato a carenze nel riconoscimento e nella regolarizzazione in quanto lavoratori veri e propri,senza tutela giuridica e sostegno per maternità, invalidità,malattia, pensione, con compromissione dell’identità professionale, della soddisfazione e motivazione, della progettualità futura al termine della carriera.

Tuttavia, nel delineare lo stress lavoro correlato non solo in termini descrittivi,statistici e fenomenologici, ma anche cercando di prospettare possibili strategie di intervento, di prevenzione e di risoluzione, lo sport ha un ruolo prioritario.

L’Università di Tel Aviv ha svolto un approfondito studio su lavoratori con evidenti sintomi predittivi di stress da lavoro e burn-out.

Risultato: il rimedio più efficace per prevenire o gestire questo disagio resta l’attività fisica.
La ricerca ha valutato i profili personali, professionali e psicologici di 1.632 lavoratori, sia nel settore pubblico ,sia nel privato. I partecipanti sono stati divisi in quattro gruppi: nel primo nessuno ha praticato attività fisica; nel secondo sono stati svolti dai 75 a 150 minuti di esercizi alla settimana; nel terzo da 150 a 240 minuti a settimana; infine il quarto ha svolto piu’ di 240 minuti nei 7 giorni.

I tassi di depressione e stress - conclude la ricerca - erano chiaramente piu’ alti nel gruppo dei sedentari.
La conclusione è che 150 minuti alla settimana di sport ci garantiscono nervi saldi e mente lucida, qualificando l’attività motoria e l’esercizio fisico come uno degli strumenti elettivi e con maggiori potenzialità rispetto alla questione stress lavoro correlato, nonché alla promozione della salute in generale.

Sport e disabilità: quando la sfida restituisce vita

E’ noto il valore aggiunto che lo sport può dare alla promozione della salute e del benessere,anche, ma non solo, in un’ottica di prevenzione di patologia e disagio.

Più recente è l’attenzione ed il riconoscimento verso questo dato nell’ambito della cosiddetta “prevenzione terziaria”.

In ambito sanitario, si intende per prevenzione primaria e secondaria l’adozione di misure di intervento, volte ad evitare o ridurre l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole, o almeno ad avere una diagnosi precoce ed un intervento tempestivo.

La prevenzione terziaria comprende, invece, un intervento relativo non alla patologia, ma ad i suoi esiti, le eventuali complicazioni o recidive, quindi inerente la gestione delle disabilità funzionali conseguenti ad uno stato patologico e le reazioni psicologiche correlate; è focalizzata, quindi, sul recupero della migliore qualità della vita possibile.

In casi di disabilità fisica non congenita, ma acquisita nel corso della vita, a causa di incidente o malattia, la persona che ne è colpita si trova a sperimentare un cambiamento netto ed irreversibile della propria vita, dell’immagine di sé, della quotidianità nel presente,delle possibilità e dei progetti per il futuro.

La reazione emotiva passa dall’incredulità, alla rabbia,alla depressione; in questo senso, possono fare la differenza la modalità tipica di ogni persona nel fronteggiare gli eventi (coping), come anche il supporto dato dalla rete sociale e familiare di appartenenza e l’essere seguiti nel percorso riabilitativo da professionisti competenti e preparati a gestire tutti gli aspetti della situazione.

In questo percorso di accettazione ed adattamento al cambiamento, lo sport ha rappresentato in diversi casi un fattore di svolta, nel passaggio al vivere l’evento critico non come fardello da subire, ma come sfida da affrontare.

Qualora inclusa nei programmi riabilitativi, l’attività sportiva , oltre a favorire il recupero della forza fisica, della resistenza, della funzionalità nella vita di tutti i giorni, stimola anche la ripresa della capacità di porsi obiettivi, fisici e psicologici, da raggiungere con impegno nell’allenamento e nella competizione, occasione per potersi cimentare nella performance, ristabilire l’autostima e la fiducia in se stessi.

Tra le esperienze più recenti, c’è il progetto Battle Back, iniziativa organizzata dall’esercito britannico ed ulteriore oggetto di interesse per i media, concentrati su ogni avvenimento di ambito sportivo che riguardi lo stato ospitante dei Giochi Olimpici imminenti.

Il progetto, riservato a veterani disabili, prevede programmi sportivi settimanali, inclusi nel piano di recupero individuale finalizzato al rientro in servizio o al ritorno alla vita civile, ed alcuni dei partecipanti sono attualmente membri delle squadre paralimpiche, impegnate nelle prossime competizioni.

Lo sport per disabili, tuttavia, non sempre è fondato su un’organizzazione ed una pianificazione precisa, sia a livello agonistico, sia a livello ricreativo, né riceve dall’opinione pubblica un adeguato rilievo , equiparato a quello riservato allo sport destinato a persone “sane”, come fossero due binari paralleli,ma senza possibili intersezioni.

In questo senso, invece, un interessante punto di contatto è stato sottolineato da M.D.Goodling, atleta in carrozzella di alto livello agonistico nella disciplina di Tiro con l’Arco, intervistato nel 1989 da M.J.Asken in The Sport Psychologist ,che ha detto, a proposito della capacità di gestire il cambiamento: “ Ci sono analogie con la situazione che si verificaquando gli atleti professionisti non disabili si trovano a fare i conti con la fine della loro carriera sportiva…la mancanza di flessibilità e la scarsa capacità di adattarsi a dei cambiamenti…ciò succede sia agli atleti disabili, sia alle persone sane”.

Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano amputato bilaterale e campione di atletica leggera, a Londra 2012 parteciperà sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi, come diversi altri sportivi disabili in varie altre precedenti edizioni.

Questa, per lo sport e per la società, potrebbe essere la prossima sfida.

Crescere per sport

L’importanza dello sport, nello sviluppo fisico e psicologico di ogni persona, è un concetto ormai affermato. Negli ultimi anni, molti paesi europei lo hanno inserito a pieno titolo nelle politiche educative, come uno dei fattori determinanti, sin da piccoli, nell’accrescimento fisico regolare ed armonioso, nello sviluppo delle capacità motorie, della percezione di se stessi e delle proprie azioni, della relazione con l’ambiente circostante e con gli altri.

Tuttavia, recenti ricerche, come quella pubblicata da L.I. Tjelta sullo Scandinavian Journal of Medicine and Science in Sports ,mostrano come le prestazioni atletiche e le capacità motorie in età evolutiva siano diminuite fortemente dagli anni ‘90 in poi: oggi, molti bambini e ragazzi sono carenti anche in abilità motorie basilari, come correre in modo coordinato o saper cadere.

I dati raccolti, inoltre, dicono che l’attività sportiva è praticata abitualmente in misura minore da bambini piccoli, maggiormente dagli adolescenti, che comunque, molto spesso, dopo alcuni anni abbandonano.

In Italia, l’attività sportivo-motoria è stata inserita nella didattica in ambito scolastico e tra le iniziative per ragazzi promosse da alcuni enti locali, ma fondamentalmente come attività correttiva a livello fisico. C’è un’attenzione ridotta al valore educativo e formativo che può avere questa esperienza su una personalità in crescita, probabilmente a causa della scarsità di spazi ed occasioni, soprattutto nelle grandi città, se non in strutture private.

In tutto questo, gioca un ruolo fondamentale anche l’atteggiamento dei genitori, che talvolta tendono a considerare l’interesse o l’impegno sportivo dei figli come un semplice divertimento per passatempo, a cui dedicarsi saltuariamente,o al contrario come una performance finalizzata sempre e solo a realizzare aspettative,alla vittoria ed al primato.

L’approccio più corretto e consigliabile è, invece, quello di affiancare il bambino nell’esperienza motoria, come in ogni altra esperienza della vita, cercando di individuare il momento in cui l’attività spontanea di gioco libero non soddisfa più le normali esigenze di esplorazione, conoscenza ed espressione delle proprie abilità e richiede un’attività più organizzata, tecnicamente più articolata e che consenta la condivisione ed il confronto con altri coetanei.

La maggior parte delle società sportive propone corsi a partire dai 5-6 anni di età, organizzati in forma ludica, con poche e semplici regole e che comprendono esperienze motorie diversificate, per consolidare la motricità di base, prima di arrivare al gesto sportivo tecnico e specifico di una disciplina particolare. Questa sarà una scelta da fare successivamente, considerando le caratteristiche fisiche e l’indole del bambino, che può avere bisogno di conferme oppure di sfide, che può essere orientato verso un’attività individuale di concentrazione (nuoto, ciclismo, ginnastica) o una di squadra che favorisca la socializzazione (calcio,pallavolo,rugby); certamente, in questa scelta sarà influenzato anche dalle preferenze degli amici, dall’enfasi data dai mass media ad alcuni sport piuttosto che ad altri

L’obiettivo fondamentale è avviare bambini e ragazzi allo sport, educare ad uno stile di vita sano, lasciar provare, stimolare l’interesse e la passione, senza concentrarsi troppo sulla performance, sull’esecuzione perfetta, sul produrre l’emergere prematuro di “piccoli campioni”.