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Mamma per Sport: attività motoria in gravidanza

Mamma per Sport: attività motoria in gravidanza.Vivere la maternità nel benessere.

Quando si decide di avere un figlio e durante la gravidanza, è bene curare la forma fisica,concentrandosi su alcuni fattori fondamentali:

  • alimentazione
  • sonno

  • evitare il fumo,anche passivo

  • diminuire o evitare il consumo di alcolici

  • praticare attività sportiva

Durante la gravidanza è importante ascoltare il linguaggio del corpo e seguire, su parere del medico e con la guida di professionisti specializzati, un programma di attività fisica adeguato,che non affatichi né esponga a rischi, ma sviluppi e mantenga caratteristiche quali l’elasticità, la flessibilità, la resistenza, il tono muscolare, la funzionalità del sistema respiratorio e cardiovascolare, la percezione corporea, fondamentali sia durante la gestazione che al momento del parto.

Le attività motorie maggiormente indicate sono:

Camminata: camminare per almeno 20 minuti al giorno migliora l’attività cardiaca e respiratoria

  • Nuoto: in acqua si è senza peso e quindi si possono aumentare l’elasticità e la resistenza senza sforzi eccessivi

  • Ginnastica dolce: yoga e pilates

Diversi studi dimostrano che un’attività fisica moderata e regolare può costituire un valido supporto al benessere psicofisico, soprattutto qualora siano praticate discipline “dolci”, in relazione ai principali cambiamenti che si verificano nelle 40 settimane della gestazione:

  • a livello fisico il cambiamento ormonale, circolatorio, ponderale e muscolare
  • a livello psicologico la percezione dell’immagine corporea, la nuova identità di donna e mamma, il saper gestire aspettative e fantasie, la necessaria e “laboriosa” riorganizzazione di ritmi ed abitudini tipici del proprio stile di vita precedente.

Il Pilates è un training che integra tecniche occidentali ed orientali e consiste in esercizi fondati sulla concentrazione, la respirazione, la consapevolezza corporea, la capacità di coordinazione, da svolgere a terra su un materassino con l’ausilio di piccoli attrezzi. Si allena la concentrazione sui singoli movimenti, la capacità di dirigere i pensieri e l’attenzione verso ciò che accade nel corpo.

Praticato durante e dopo la gravidanza, porta diversi benefici: acquisizione di un portamento corretto e prevenzione di danni a carico della colonna vertebrale, stabilità e tonicità del pavimento pelvico, miglioramento della circolazione a beneficio del feto, acquisizione di una respirazione profonda e regolare che agevola travaglio, parto e gestione dell’ansia, recupero di una forma fisica e mentale ottimale per affrontare e gestire al meglio la nuova situazione dopo la nascita del bimbo.

Infine,buone notizie anche per i piccoli: la rivista International Journal of Obesity ha pubblicato uno studio condotto dagli scienziati svedesi del Karolinska Institutet in collaborazione con i colleghi spagnoli del Polytechnic University-Madrid, che dimostra come la pratica sportiva nel secondo e terzo trimestre di gravidanza apporta benefici non solo alle mamme, ma anche ai nascituri e neonati ,venuti al mondo con complicanze minori o nulle, con un peso nella norma e minore predisposizione a patologie.

Telethon 2012 per la ricerca sulle malattie genetiche: “Io esisto”.Oltre la malattia,le persone ed i loro vissuti.

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Dal 29 novembre al 18 dicembre 2012 si riattiva come ogni anno la maratona televisiva Telethon, per la raccolta fondi a favore della ricerca sulle malattie genetiche. SMS per donazioni al numero 45507

Oltre ai necessari e difficili percorsi terapeutici, le persone affette da queste patologie e le loro famiglie si trovano ad affrontare notevoli disagi psicologici conseguenti.

La malattia è un’esperienza normale ed ineluttabile nella vita di ogni persona, tuttavia differente è l’impatto di tale esperienza in relazione a vari fattori: il tipo di malattia, la causa, il decorso, la prognosi, la fase della vita in cui si verifica ed il tipo di terapia richiesta. La malattia acuta e l’intervento chirurgico possono turbare l’equilibrio psicologico, ma avendo un decorso rapido consentono un altrettanto rapido recupero di salute e benessere. Il discorso è differente, invece, nel caso delle malattie croniche, le quali comportano il confronto con problematiche quali la morte, l’integrità fisica e l’integrità narcisistica, intesa come possibilità di investimento rispetto ad un corpo percepito come imperfetto e debole.
La malattia cronica determina un vissuto psicologico particolare, caratterizzato dal riorganizzarsi della vita, dei pensieri, delle emozioni, intorno a tale evento traumatico e dal determinarsi di una ferita narcisistica che fa emergere sentimenti di mancanza, colpa, punizione, vergogna del proprio corpo malato e difettoso, depressione. Tutto ciò assume una valenza particolare nel caso in cui il malato cronico sia un bambino o un’adolescente, il cui sviluppo narcisistico normale viene alterato. (Braconnier, Marcelli 1997)
Il concetto di narcisismo e di sviluppo narcisistico è stato elaborato da Freud come investimento libidico sul proprio Io (Freud, 1914) e successivamente da H. Kohut ,concettualizzato come matrice di capacità quali la volontà di autoaffermazione, la creatività, l’empatia, il senso dell’umorismo.
Lo sviluppo narcisistico della personalità muove da uno stato originario di grandiosità ed onnipotenza al narcisismo sano e costruttivo su cui si fondano l’autostima, le aspirazioni, in cui le caratteristiche primitive sono dominate e relativizzate, per essere pienamente recuperate quando è necessario.
Quando si verificano situazioni che causano una offesa narcisistica il Sé ne risulta frammentato; se tali attacchi al narcisismo avvengono in fasi precoci dello sviluppo hanno un effetto traumatico che inficia la strutturazione del Sé coesivo adulto e l’autostima. L’offesa narcisistica primaria, indissolubilmente collegata con l’esperienza della vergogna, scatena la rabbia narcisistica, una risposta sproporzionata a tutto ciò che viene recepito come attacco verso il Sé (Kohut,1976).
La malattia cronica può essere percepita come tale dal bambino o dall’adolescente e determinare disturbi secondari del narcisismo; nel caso in cui la malattia cronica sia ereditaria, la rabbia narcisistica si scatena contro i genitori, responsabili della “tara”, o verso se stessi, in quanto la causa della malattia è dentro di sé.
Per questo motivo sembra utile ed opportuno affiancare alle necessarie terapie mediche, interventi di carattere psicologico.
Nelle strutture sanitarie pubbliche di alcune città italiane sono state realizzate esperienze di questo tipo di intervento, caratterizzate da un aspetto comune: l’uso del gruppo come strumento preventivo, terapeutico e di supporto per bambini ed adolescenti con patologie croniche.
Il setting gruppale è stato scelto, in quanto idoneo a perseguire l’obiettivo di fornire contenimento e permettere l’elaborazione delle emozioni e delle fantasie evocate da una diagnosi di patologia cronica; in più, una vasta letteratura ne attesta le potenzialità terapeutiche nel caso di pazienti in età evolutiva.

La partecipazione al gruppo permette ai componenti di realizzare esperienze quali: il senso di esserci ed essere se stessi, l’appartenenza, la compartecipazione dell’onnipotenza, il rispecchiamento delle conquiste positive e la partecipazione rispetto ad esse, che permettono il ricostituirsi di un’immagine positiva di sé, il miglioramento dell’autostima e l’elaborazione della depressione.


Secondo le ricerche di Pines e Al. (1998), maggiormente influenzate dalla teoria dell’intersoggettività, formulata da Stern, Lichtenberg, Stolorow sulla base dei dati evinti dal filone di ricerca definito Infant Research,si evidenzia anche maggiormente il ruolo del gruppo come regolatore degli stati affettivi dei partecipanti.


Da tre esperienze realizzate in tre strutture sanitarie su territorio nazionale tra la fine degli anni ‘90 ed il 2000 sono emerse le seguenti riflessioni-

-Diabete:Il gruppo monotematico per diabetici condotto presso l’Ospedale S.Eugenio di Roma era costituito da bambini e l’esito principale determinato dalla partecipazione al gruppo è stato il loro vedersi proprio come bambini, obiettivo primario nella prassi di gruppo applicata all’infanzia, (Chapelier e Privat, 1987) e non più come piccoli adulti. Il rispecchiamento affettivo ricevuto dal gruppo come oggetto speculare, la condivisione di una quota minima dell’onnipotenza del gruppo , l’esperienza di appartenenza, condivisione, interazione anche corporea consentita dal gruppo e hanno permesso l’accettazione serena dei propri limiti, l’abbandono dell’ostentazione di onnipotenza difensiva e compensatoria, il recupero di un senso di possibilità non totalmente vincolato dalla malattia ed una considerazione del corpo come mezzo di scambio comunicativo ed affettivo, non solo come parte malata da controllare e curare. Infine il gruppo ha svolto una funzione di regolatore affettivo, attraverso la sintonizzazione empatica ed il contenimento degli affetti frammentati, ne ha consentito una metabolizzazione, che ha positivamente influito sulla regolazione omeostatica a livello emotivo, ma anche a livello di parametri biologici, conformemente alla concezione di “ponte” tra psicoanalisi e psicobiologia proposta in letteratura (Taylor, 1993).
- Thalassemia:La seconda esperienza riportata riguarda un gruppo realizzato presso l’Ospedale Villa Sofia di Palermo, in collaborazione con il servizio di neuropsichiatria infantile della ASL; alcuni adolescenti talassemici vi sono stati inclusi, in quanto monotematico rispetto alla depressione, disturbo che essi manifestano spesso con caratteristiche così peculiari da essere definita “depressione talassemica”. L’elaborazione della depressione è stata sostenuta dal gruppo , ha consentito una condivisione di onnipotenza da opporre al vissuto di impotenza proprio della depressione ed il recupero del senso di possibilità, tale da ripristinare la capacità di investire su se stessi e sul futuro. La partecipazione ha permesso l’esperienza di essere accettati, di essere riconosciuti come esistenti ed aventi diritto ad esistere, in opposizione al vissuto di rifiuto dovuto a forti meccanismi di negazione della malattia propri e della famiglia, esperiti talvolta come rifiuto verso sé.
-Neurofibromatosi:Nel gruppo monotematico con adolescenti affetti da Neurofibromatosi di Recklinghausen NF1 condotto preso una ASL di Milano, coerentemente con altre esperienze riportate in letteratura (Nathan e Lange, 1991), prevale la funzione di elaborazione delle problematiche adolescenziali di costruzione dell’identità, amplificate in questo caso dalla malattia. L’esperienza di essere appartenenti al gruppo e di riconoscersi come tali, unita alla condivisione delle modalità di rapportarsi alla malattia, ha consentito un avvicinamento ad essa e la sostituzione della sua fantasmatizzazione con la rappresentazione, acquisizione importante per poter integrare la malattia come dimensione della propria identità, anziché relegarla a limite esterno. Il supporto del gruppo ha permesso invece un recupero del senso di possibilità ed un incremento dell’autostima, attraverso una riflessione sul valore relativo dell’apparenza nel determinare l’immagine di sé e l’investimento su se stessi.

(Fonte: Tesi di Laurea Cuccaroni A. 2000 “Gruppi monotematici di supporto per bambini ed adolescenti con patologie organiche croniche:il gruppo come Oggetto-Sé”)




Stress da lavoro e Sport

Lo stress da lavoro è uno dei temi più attuali nell’ambito della tutela della salute; nella legislazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, è considerato sia come malattia professionale che come fattore di rischio di infortuni o patologie professionali ulteriori e colpisce 1 lavoratore su 4.

Si intende per stress lavoro correlato una “condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o aspettative riposte in loro” (art. 3, comma 1 dell’Accordo Europeo dell’8 ottobre 2004).

L’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul lavoro (European Agency for Safety and Health at Work) afferma, infatti, che “lo stress lavoro correlato viene esperito nel momento in cui le richieste provenienti dall’ambiente lavorativo eccedono le capacità dell’individuo nel fronteggiarle”

Secondo i dati dell’ European Risk Observatory, le categorie professionali più esposte sono quelle di “aiuto” (helping profession): medici, psicologi, insegnanti, educatori, assistenti sociali, poliziotti e vigili del fuoco, esposti al forte carico di situazioni problematiche e ad impatto emotivo notevole, con conseguenti reazioni psichiche e fisiche di “logoramento”, disfunzioni a carico del sistema endocrino, cardio-vascolare, nervoso, reazioni di ansia, insonnia, depressione, esaurimento emotivo, abuso di alcool e sostanze psicoattive, perdita di motivazione al lavoro sino all’assenteismo ripetuto e protratto ed al rifiuto.

I principali fattori di rischio sono legati al contesto ed al contenuto del lavoro e sono identificati in: condizioni fisiche dell’ambiente di lavoro, condizioni di manutenzione delle attrezzature, un lavoro ripetitivo,monotono,senza obiettivi chiari, demansionamento oppure sovraccarico del lavoratore, tempistiche e scadenze pressanti, orari di lavoro lunghi, rigidi , imprevedibili, con turni che alterano i ritmi normali della vita quotidiana e sociale ed impediscono la conciliazione vita-lavoro.

Oltre ad essere un problema per la salute dei singoli che ne sono colpiti, lo stress da lavoro costituisce anche un costo economico per le organizzazioni, in quanto influisce sulla produttività in termini quantitativi e qualitativi, e comporta un costo di circa 20 miliardi di euro all’anno.

Da un sondaggio di Career Cast denominato The 10 most stressful jobs 2012, risultano oggi esposte al rischio anche altre figure professionali, come l’organizzatore di eventi, l’addetto alle pubbliche relazioni, il manager,l’amministratore delegato, figure di tale responsabilità e visibilità da essere perennemente esposte alle aspettative ed al giudizio altrui.

Recentemente l’INAIL ha posto attenzione anche all’ambito professionale sportivo: diversi medici dello sport iniziano a valutare le possibili implicazioni tra pressioni psicologiche ed infortuni o patologie “professionali” specifiche del mondo sportivo, in particolare nell’agonismo ad alto livello.

Vengono citati, a titolo di esempio, infortuni come strappi e cedimenti muscolari ripetuti, ma inattesi ed incongruenti con una condizione clinica dell’atleta accertata come “sana” nel pre-gara ed in assenza di incidenti,contatto fisico violento o scontro con avversari durante la competizione.

Tra i “fattori di rischio” sono ipotizzati: l’agonismo sempre più estremo, l’ansia da prestazione ed il peso della responsabilità legata non solo alla performance tecnica ottimale, ma anche al business che ruota intorno ad alcune discipline sportive.

Anche il cambio di allenatore - che porta nuovi schemi e nuove metodologie di allenamento e di prestazione- statisticamente si è rivelato un elemento di “rischio” infortunistico, così come il sovraccarico fisico ed emotivo di atleti reputati “ i migliori”, su cui gli allenatori puntano maggiormente e fanno più pressione in termini di aspettative, anche per evitare polemiche per esclusioni eccellenti ed eventuali, conseguenti, sconfitte.

Anche i lavoratori dello sport a livello non agonistico, ma dilettantistico-amatoriale- atleti impegnati in sport ritenuti “minori”, istruttori sportivi, personal trainer- risultano soggetti a stress da lavoro, fondamentalmente legato a carenze nel riconoscimento e nella regolarizzazione in quanto lavoratori veri e propri,senza tutela giuridica e sostegno per maternità, invalidità,malattia, pensione, con compromissione dell’identità professionale, della soddisfazione e motivazione, della progettualità futura al termine della carriera.

Tuttavia, nel delineare lo stress lavoro correlato non solo in termini descrittivi,statistici e fenomenologici, ma anche cercando di prospettare possibili strategie di intervento, di prevenzione e di risoluzione, lo sport ha un ruolo prioritario.

L’Università di Tel Aviv ha svolto un approfondito studio su lavoratori con evidenti sintomi predittivi di stress da lavoro e burn-out.

Risultato: il rimedio più efficace per prevenire o gestire questo disagio resta l’attività fisica.
La ricerca ha valutato i profili personali, professionali e psicologici di 1.632 lavoratori, sia nel settore pubblico ,sia nel privato. I partecipanti sono stati divisi in quattro gruppi: nel primo nessuno ha praticato attività fisica; nel secondo sono stati svolti dai 75 a 150 minuti di esercizi alla settimana; nel terzo da 150 a 240 minuti a settimana; infine il quarto ha svolto piu’ di 240 minuti nei 7 giorni.

I tassi di depressione e stress - conclude la ricerca - erano chiaramente piu’ alti nel gruppo dei sedentari.
La conclusione è che 150 minuti alla settimana di sport ci garantiscono nervi saldi e mente lucida, qualificando l’attività motoria e l’esercizio fisico come uno degli strumenti elettivi e con maggiori potenzialità rispetto alla questione stress lavoro correlato, nonché alla promozione della salute in generale.

Sport e disabilità: quando la sfida restituisce vita

E’ noto il valore aggiunto che lo sport può dare alla promozione della salute e del benessere,anche, ma non solo, in un’ottica di prevenzione di patologia e disagio.

Più recente è l’attenzione ed il riconoscimento verso questo dato nell’ambito della cosiddetta “prevenzione terziaria”.

In ambito sanitario, si intende per prevenzione primaria e secondaria l’adozione di misure di intervento, volte ad evitare o ridurre l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole, o almeno ad avere una diagnosi precoce ed un intervento tempestivo.

La prevenzione terziaria comprende, invece, un intervento relativo non alla patologia, ma ad i suoi esiti, le eventuali complicazioni o recidive, quindi inerente la gestione delle disabilità funzionali conseguenti ad uno stato patologico e le reazioni psicologiche correlate; è focalizzata, quindi, sul recupero della migliore qualità della vita possibile.

In casi di disabilità fisica non congenita, ma acquisita nel corso della vita, a causa di incidente o malattia, la persona che ne è colpita si trova a sperimentare un cambiamento netto ed irreversibile della propria vita, dell’immagine di sé, della quotidianità nel presente,delle possibilità e dei progetti per il futuro.

La reazione emotiva passa dall’incredulità, alla rabbia,alla depressione; in questo senso, possono fare la differenza la modalità tipica di ogni persona nel fronteggiare gli eventi (coping), come anche il supporto dato dalla rete sociale e familiare di appartenenza e l’essere seguiti nel percorso riabilitativo da professionisti competenti e preparati a gestire tutti gli aspetti della situazione.

In questo percorso di accettazione ed adattamento al cambiamento, lo sport ha rappresentato in diversi casi un fattore di svolta, nel passaggio al vivere l’evento critico non come fardello da subire, ma come sfida da affrontare.

Qualora inclusa nei programmi riabilitativi, l’attività sportiva , oltre a favorire il recupero della forza fisica, della resistenza, della funzionalità nella vita di tutti i giorni, stimola anche la ripresa della capacità di porsi obiettivi, fisici e psicologici, da raggiungere con impegno nell’allenamento e nella competizione, occasione per potersi cimentare nella performance, ristabilire l’autostima e la fiducia in se stessi.

Tra le esperienze più recenti, c’è il progetto Battle Back, iniziativa organizzata dall’esercito britannico ed ulteriore oggetto di interesse per i media, concentrati su ogni avvenimento di ambito sportivo che riguardi lo stato ospitante dei Giochi Olimpici imminenti.

Il progetto, riservato a veterani disabili, prevede programmi sportivi settimanali, inclusi nel piano di recupero individuale finalizzato al rientro in servizio o al ritorno alla vita civile, ed alcuni dei partecipanti sono attualmente membri delle squadre paralimpiche, impegnate nelle prossime competizioni.

Lo sport per disabili, tuttavia, non sempre è fondato su un’organizzazione ed una pianificazione precisa, sia a livello agonistico, sia a livello ricreativo, né riceve dall’opinione pubblica un adeguato rilievo , equiparato a quello riservato allo sport destinato a persone “sane”, come fossero due binari paralleli,ma senza possibili intersezioni.

In questo senso, invece, un interessante punto di contatto è stato sottolineato da M.D.Goodling, atleta in carrozzella di alto livello agonistico nella disciplina di Tiro con l’Arco, intervistato nel 1989 da M.J.Asken in The Sport Psychologist ,che ha detto, a proposito della capacità di gestire il cambiamento: “ Ci sono analogie con la situazione che si verificaquando gli atleti professionisti non disabili si trovano a fare i conti con la fine della loro carriera sportiva…la mancanza di flessibilità e la scarsa capacità di adattarsi a dei cambiamenti…ciò succede sia agli atleti disabili, sia alle persone sane”.

Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano amputato bilaterale e campione di atletica leggera, a Londra 2012 parteciperà sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi, come diversi altri sportivi disabili in varie altre precedenti edizioni.

Questa, per lo sport e per la società, potrebbe essere la prossima sfida.

Crescere per sport

L’importanza dello sport, nello sviluppo fisico e psicologico di ogni persona, è un concetto ormai affermato. Negli ultimi anni, molti paesi europei lo hanno inserito a pieno titolo nelle politiche educative, come uno dei fattori determinanti, sin da piccoli, nell’accrescimento fisico regolare ed armonioso, nello sviluppo delle capacità motorie, della percezione di se stessi e delle proprie azioni, della relazione con l’ambiente circostante e con gli altri.

Tuttavia, recenti ricerche, come quella pubblicata da L.I. Tjelta sullo Scandinavian Journal of Medicine and Science in Sports ,mostrano come le prestazioni atletiche e le capacità motorie in età evolutiva siano diminuite fortemente dagli anni ‘90 in poi: oggi, molti bambini e ragazzi sono carenti anche in abilità motorie basilari, come correre in modo coordinato o saper cadere.

I dati raccolti, inoltre, dicono che l’attività sportiva è praticata abitualmente in misura minore da bambini piccoli, maggiormente dagli adolescenti, che comunque, molto spesso, dopo alcuni anni abbandonano.

In Italia, l’attività sportivo-motoria è stata inserita nella didattica in ambito scolastico e tra le iniziative per ragazzi promosse da alcuni enti locali, ma fondamentalmente come attività correttiva a livello fisico. C’è un’attenzione ridotta al valore educativo e formativo che può avere questa esperienza su una personalità in crescita, probabilmente a causa della scarsità di spazi ed occasioni, soprattutto nelle grandi città, se non in strutture private.

In tutto questo, gioca un ruolo fondamentale anche l’atteggiamento dei genitori, che talvolta tendono a considerare l’interesse o l’impegno sportivo dei figli come un semplice divertimento per passatempo, a cui dedicarsi saltuariamente,o al contrario come una performance finalizzata sempre e solo a realizzare aspettative,alla vittoria ed al primato.

L’approccio più corretto e consigliabile è, invece, quello di affiancare il bambino nell’esperienza motoria, come in ogni altra esperienza della vita, cercando di individuare il momento in cui l’attività spontanea di gioco libero non soddisfa più le normali esigenze di esplorazione, conoscenza ed espressione delle proprie abilità e richiede un’attività più organizzata, tecnicamente più articolata e che consenta la condivisione ed il confronto con altri coetanei.

La maggior parte delle società sportive propone corsi a partire dai 5-6 anni di età, organizzati in forma ludica, con poche e semplici regole e che comprendono esperienze motorie diversificate, per consolidare la motricità di base, prima di arrivare al gesto sportivo tecnico e specifico di una disciplina particolare. Questa sarà una scelta da fare successivamente, considerando le caratteristiche fisiche e l’indole del bambino, che può avere bisogno di conferme oppure di sfide, che può essere orientato verso un’attività individuale di concentrazione (nuoto, ciclismo, ginnastica) o una di squadra che favorisca la socializzazione (calcio,pallavolo,rugby); certamente, in questa scelta sarà influenzato anche dalle preferenze degli amici, dall’enfasi data dai mass media ad alcuni sport piuttosto che ad altri

L’obiettivo fondamentale è avviare bambini e ragazzi allo sport, educare ad uno stile di vita sano, lasciar provare, stimolare l’interesse e la passione, senza concentrarsi troppo sulla performance, sull’esecuzione perfetta, sul produrre l’emergere prematuro di “piccoli campioni”.

Lo sport come metafora di vita: mondo sportivo e mondo del lavoro

Si dice che lo sport sia metafora della vita e questa definizione è applicabile a diversi ambiti dell’esperienza quotidiana di ogni persona: ad esempio, il mondo del lavoro.

Lo sport, è passione, ma anche disciplina, ruoli e regole, fattori fondamentali per la riuscita di un’organizzazione produttiva.

E’ considerare i cambiamenti e le difficoltà come sfide positive, come opportunità di cambiamento, come possibilità di identificare nuovi obiettivi.

E’ avere la volontà di migliorare ed evolvere, con la spinta interiore data dalla motivazione a raggiungere un obiettivo desiderato, programmato, perseguito con sacrificio e forza di volontà a piccoli passi, giorno per giorno.

In un’azienda, come in una squadra, in relazione al ruolo che si riveste, è necessario saper arricchire o gestire un gruppo di lavoro (team-work): avere i propri compiti, ma non chiudersi nel proprio individualismo, comunicare con gli altri, affinché la battuta d’arresto di uno non vada a precludere il risultato di tutti, ma la performance finale sia il prodotto positivo di uno scambio tra tutti, in cui i talenti dei singoli sono valorizzati ed integrati.

Non a caso, questa interconnessione possibile tra sport e lavoro, è stata già recepita da alcune aziende che hanno introdotto:

  • il coaching organizzativo: un programma di sviluppo e cambiamento per incrementare le potenzialità dell’individuo e del gruppo, applicato nelle aziende dagli anni’ 70 in Inghilterra e negli USA, mutuato dallo sport all’ ambito aziendale ad opera di due coach sportivi, l’ex-tennista Tim Gallway e l’ex-pilota e psicologo dello sport John Whitmore
  • le discipline sportive come strumento di formazione (out-door training): corsi di formazione sulle dinamiche e le strategie di gruppo, realizzati in ambienti sportivi e centrati sulla sperimentazione concreta di attività sportive da parte dei partecipanti, ognuna mirata all’acquisizione di specifiche competenze: il golf per imparare a mantenere la concentrazione e gestire lo stress, il basket e il rugby per la capacità di costruire il gruppo (teambuilding).

  • palestre aziendali per diffondere il valore dello sport nello sviluppo di uno stile di vita e di approccio mentale sano e costruttivo: spazi appositamente adibiti all’attività motoria, organizzati presso l’azienda o in convenzione con strutture esterne,dall’inizio del 2000, e riservate ai dipendenti, con la presenza di un personal trainer qualificato nelle discipline da svolgere, inclusi programmi di ginnastica riabilitativa-posturale concordati con il medico aziendale. Una realtà ancora poco diffusa in Italia,ma in espansione, in quanto ritenuta inizialmente un benefit di lusso, ma poi rivalutata nel suo potenziale di ridurre l’assenteismo, le spese per malattia e copertura sanitaria (circa 14% in meno in grandi aziende, ex. General Motors)

Di cosa parliamo quando parliamo di stress?

Di cosa parliamo quando parliamo di stress?

Di questo termine si fa uso,e talvolta abuso,frequentemente ed abitualmente, in diverse situazioni di vita quotidiana.

Lo psicologo Hans Selye, negli anni ‘70, ha utilizzato per primo questa definizione, in riferimento a forze potenzialmente dannose, che opprimono la persona, arrivando a specificare una vera e propria sindrome di adattamento generale, articolata nelle tre fasi di allarme, resistenza, esaurimento :si manifesta con modificazioni biochimiche, ormonali, cardio-circolatorie e muscolari a livello organico e cambiamenti evidenti nell’umore e nel comportamento, quali insorgenza di ansia, irrequietezza, depressione, disturbi alimentari, uso eccessivo di alcool e fumo, disturbi del sonno o sintomi psicosomatici, chiusura verso le relazioni affettive e sociali abituali.

Si parla, quindi, di stress quando si vuole indicare una reazione di tensione fisica e psichica, più o meno prolungata, di fronte ad una situazione che pone sotto forte pressione: studio, lavoro, incombenze quotidiane (gestione della famiglia, conciliazione vita-lavoro), cambiamenti nella routine abituale o crisi (separazione coniugale, perdita del lavoro, cambiamento di lavoro, lutto).

Se gestito in modo adeguato, può essere di stimolo ad una buona prestazione ed alla risoluzione della situazione in atto(eu-stress): ad esempio, nel caso in cui la condizione sia stata scelta volutamente, risulti molto impegnativa ma interessante, gratificante e chi la vive abbia la percezione di averne il controllo.

Ma più spesso si verifica l’opposto e le conseguenze di tale carico possono essere dannose e produrre le citate patologie(di-stress).

Le strategie di intervento appositamente sviluppate sono i training di “stress management”, ovvero di gestione e riduzione dello stress. Se, infatti,la maggior parte delle cause di stress sono riconducibili ad eventi che si verificano e non possono essere impediti o evitati, è importante la consapevolezza di poter gestire le proprie reazioni all’evento.

Si tratta di percorsi svolti in tempo medio-breve, che prevedono identificazione del modello di stile di vita abituale: si parte dall’auto-osservazione di schemi di pensiero, comportamenti, modalità di gestione delle emozioni, della comunicazione, del tempo, utilizzati nel lavoro e nella vita privata, per stabilire quali e come vadano modificati per poter diventare “risposte” adeguate ai fattori stressanti, recuperando e tutelando così il benessere e la salute.

Questi cambiamenti vanno sviluppati passo dopo passo, tramite apposti protocolli di esercizi e tecniche applicati a livello fisico e mentale, che ognuno può acquisire e monitorare con la guida di un professionista appositamente qualificato ed esperto, fino a saperli padroneggiare autonomamente e in modo costruttivo.

In questo modo, il distress può diventare eu-stress: non ostacolo alla vita, ma stimolo al miglioramento continuo.

Oggi è la giornata mondiale delle malattie rare.

Dietro ognuna di esse ci sono vite, ci sono persone, che sono e restano non solo rare, ma uniche.

Favole in libertà: quando cultura e benessere camminano insieme verso l’integrazione sociale.

  Quando si parla di “benessere”, solitamente si fa riferimento a buone condizioni di salute fisica e psicologica: sentirsi in forma, senza malesseri fisici, emotivamente sereni, mentalmente liberi da pensieri negativi e preoccupazioni.

L’ Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ha affermato negli ultimi anni un concetto di salute che prevede e sottolinea anche l’elemento sociale.

L’integrazione nella società, ovvero far parte e sentirsi parte attiva e partecipante nel contesto in cui si vive, è un’esigenza fondamentale che ogni persona ha bisogno di soddisfare, per percepirsi come individuo realizzato. Questo può verificarsi solo attraverso esperienze dirette e concrete, vissute nell’ambiente di appartenenza:la socializzazione, prima nella famiglia di origine, poi nella scuola e nel lavoro, il volontariato, la pratica di uno sport o di un hobby.

La difficoltà ad accedere a queste opportunità comporta vissuti di esclusione ed isolamento, non certamente di benessere; in questo senso, anche l’accessibilità alla cultura può essere un’ulteriore possibilità di sperimentare l’inclusione in una “rete”.

Su questa linea si colloca l’interessante progetto promosso dalla Onlus CulturAbile, “AUDIOLIBeRI: favole in libertà”.

L’interesse di questo progetto non è soltanto nell’innovatività di avvalersi di quella che oggi è la Rete per eccellenza-Internet e social network- ma anche di essere realizzato “in rete”, da realtà culturali con identità molto peculiari, ma accomunate dall’interesse a promuovere l’accessibilità alla cultura per tutti: CulturAbile, associazione che realizza sottotitoli e audiotrascrizioni per vari eventi, rendendoli accessibili a disabili sensoriali, il canale Freerumble primo social network esclusivamente audio ed il podcast Italian Podcast Network , un network di programmi a puntate in internet.

Un progetto creativo in divenire, nato e costruito come collaborazione e scambio: si permette a tutti di registrare favole, vecchie e nuove, e di metterle a disposizione di tutta la comunità in formato audio e liberamente scaricabili, sul canale Freerumble o su un’apposita sezione del sito web di CulturAbile. Il valore aggiunto consiste nel fatto che ogni file audio di ogni storia è corredato da una trascrizione, affinché sia accessibile sia a persone cieche sia sorde.

Si recupera, quindi, l’usanza della narrazione orale e del racconto tramandato oralmente, che da sempre ha rappresentato un momento di interazione e partecipazione per le comunità, un modo per mettere in comune esperienze e mettere in relazione persone. Tutto ciò riattualizzato con l’apporto e l’agevolazione delle nuove tecnologie, che superano vincoli e limiti economici, spaziali e temporali e, in questo caso, offrono un’alternativa valida a livello sensoriale, permettendo ad ognuno di fruirne con le proprie abilità,nessuno escluso.

http://culturabile.it/2012/02/luomo-della-sabbia/

Questo è un “assaggio”: buon ascolto….ed ovviamente la possibilità di partecipare è aperta a chiunque abbia voglia ed un po’ di tempo per condividere una storia!

Mens sana in corpore sano: quando l’attività fisica diventa benessere mentale

 

Praticare sport regolarmente fa bene non solo al fisico,ma anche alla mente.

Sono numerosi gli studi e le ricerche che affermano questo concetto, soprattutto da quando ci sono evidenze scientifiche a dimostrarlo.

Una delle più recenti scoperte riguarda l’influenza della pratica motoria sulla neurogenesi cerebrale, ovvero la formazione di nuove cellule cerebrali. Mentre, fino a poco tempo fa, si riteneva che il numero di queste cellule in ogni persona fosse definito al momento della nascita, per poi andare parzialmente perduto nell’arco della vita, oggi è un dato certo che nuove cellule cerebrali possono formarsi, stimolate dall’attività sportiva, soprattutto nell’ippocampo, area legata all’apprendimento ed alla memoria.

Inoltre, la diminuzione di cellule cerebrali è attenuata anche dall’effetto di riduzione delle reazioni chimiche collegate allo stress: sembra, infatti,che l’attività sportiva porti all’abbassamento del livello di cortisolo, ormone prodotto in situazioni di alta tensione emotiva e responsabile del deterioramento di varie aree neurali.

Infine, ci sono effetti positivi anche a livello ormonale: l’ipofisi, la piccola ghiandola alla base del cranio, produce più beta-endorfine, sostanze in grado di migliorare il tono dell’umore.

Ovviamente, tutto ciò non deve condurre ad una pratica motoria eccessiva o ossessiva, ma basata sempre sul divertimento, sulla passione, sulla volontà di mantenere una buona condizione psicofisica e quindi organizzata con ritmi, tempi ed impegno fisico adeguati all’età, allo stato di salute, allo stile di vita.

L’attività sportiva, quindi, in giusta misura facilita l’attenzione, la concentrazione, l’apprendimento,la memoria e migliora il tono dell’umore, ad ogni età.

Per averne una prova, basti guardare il simpatico signore nella foto, che pedala allegramente in bici,in California nel 1933, all’età di 54 anni. E che risponde al nome di ….Albert Einstein!!!